Cattivik: quando la parodia supera l’originale
Brivido. Terrore. Raccapriccio. Le tre parole che si leggono costantemente all’inizio di ogni avventura del “genio del male” in persona, il nefandissimo Cattivik, nato sulla scia del suo cugino con la puzza sotto il naso, Diabolik.
Cattivik, invece, la puzza ce l’ha dappertutto tranne che sotto il naso. Anzi, a pensarci bene il naso non ce l’ha proprio.
E questa non è l’unica stranezza. Il buffo criminale creato dal Bonvi nel 1965 e passato poi sotto l’ala protettiva di Silver nel ’72 non ha forma umana. E’ inizialmente un peperone, poi una pera, poi una melanzana e infine una castagna. Tutte forme assurde per un essere umano.

Bonvi lo definiva “una macchia d’inchiostro”, informe ma piuttosto avvezza a sporcare ovunque. Perché Cattivik è sporco in tutto. Non si cambia mai la calzamaglia nera (nonostante venga continuamente pestato o si faccia la cacca addosso, quindi sporcandola in mille modi), gli puzzano i piedi, usa un linguaggio zeppo di parolacce (sempre censurate dai suoi creatori), si muove in vicoli fetidi e vive nella rete fognaria della sua città. Quindi, nulla a che vedere col raffinato Diabolik né con l’idea di convivenza e collaborazione con una donna conturbante come Eva Kant, anzi! Cattivik è sessualmente represso, i suoi ormoni puzzolenti vanno in subbuglio anche davanti a volgari e grasse prostitute e non ha il minimo gusto, riguardo a nulla. Il suo modo di parlare è entrato negli annali della fumettistica italiana e ci ha vissuto per parecchio, almeno fino a quando nel 2008 un inadatto Giorgio Bracardi non ha rovinato tutto col suo inadeguatissimo doppiaggio del personaggio in occasione della realizzazione della serie televisiva in 3D, dalla discutibile riuscita. Il modo con cui Cattivik tronca la vocale finale di molte parole lascia intendere molto bene un accento pesantemente meridionale (forse barese?) che contribuisce, assieme all’epica sfortuna che contraddistingue il personaggio, a rendere Cattivik irresistibile!
Le avventure sono al limite del surreale e del pulp. All’interno vi si legge di tutto e di più, dalla fantascienza all’anacronismo, in un caleidoscopio di visionarietà che rasenta quasi il folle! In un’avventura, ad esempio, Cattivik deve lottare, la notte di Natale, con due vagabondi per riconquistare l’angolo dietro cui si mette, solitamente, per cogliere di sorpresa le sue vittime e rapinarle. I due vagabondi in questione sono nientepopodimeno che Stan Laurel e Oliver Hardy, con tanto di apparizione fugace di James Finlayson, l’attore che spesso faceva da spalla al duo comico cinematografico.
Ma la vittima predestinata di Cattivik resta sempre e solo lui, il mitico Gino Solitomino, meglio conosciuto semplicemente come il Solitomino, l’italiano medio per eccellenza, un mediocre dipendente di chissà quale azienda che, ogni sera, si ritira a casa con espressione anonima e con l’immancabile ventiquattrore in mano e puntualmente viene rapinato dal genio del crimine. Un uomo con una moglie insoddisfatta dei suoi insuccessi (Gina) e padre di due figli pestiferi (Ginetto e Ginetta).
Cattivik rappresenta, insomma, tutto il contrario di ciò che Diabolik vuol essere. E’ un criminale volgare, ignorante e cafone, che usa armi da dilettante, come coltellacci da macellaio o martelli enormi, a metà tra lo splatter e il circense. Ma è soprattutto un fumetto umoristico, con un personaggio capace di instaurare un feeling tutto particolare coi suoi lettori (parola di lettore!) pur essendo così diverso da essi. Impossibile odiarlo e quando gli va male, tra una risata e l’altra, ci dispiace sempre un po’. Anche se poi è lui stesso a sminuire la sciagura appena subita, in un modo che ricorda molto il Tom di “Tom & Jerry”. Il mondo che lo circonda è lercio come lui e ci viene da pensare che l’unica cosa che lo contraddistingua dai suoi comprimari è il coraggio di aver operato una scelta alla luce del sole e di essersi dedicato anima e corpo alla coltivazione del marciume che lo caratterizza, senza voler provare a mimetizzarsi col paesaggio e ad apparire una persona per bene, come invece è il Solitomino, anche se cova dentro una frustrazione immensa che, se lasciasse esplodere, lo renderebbe più temibile del furfantone in calzamaglia!

Forse è questo ciò che rende Cattivik uno dei personaggi italiani più amati di sempre. La consapevolezza che, dietro “l’uomo nero” c’è solo un uomo che ha scelto il marcio e lo vive come una vocazione, con tutti i pro e i contro. E, di contro, ce ne sono parecchi. Non ci sono mai lieti finali per il nero re delle tenebre, ma solo la promessa che “appena calerà il sole, cattivik tornerà. Perché… Cattivik non perdona!”
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