La crisi di valori nel mondo dei fumetti
Spesso le storie narrate e la vita vissuta differiscono per punti abbastanza evidenti. Un racconto viene definito realistico quando è solitamente ritenuto probabile o comunque fortemente contaminato dalla realtà.
Una delle connotazioni forse più penalizzanti per un racconto, specie se si parla di fumetti, è la semplificazione estrema di alcune parti come, ad esempio, le fazioni di appartenenza dei personaggi.
Posto che la concezione di Bene e Male nella realtà è suscettibile a molteplici interpretazioni, bisogna riconoscere che nei fumetti fino a qualche decennio fa non era affatto così. Una volta creato il protagonista della storia o della serie, si concepiva il mondo attorno a lui ragionando in termini di “amici” e “nemici”. Si può perfino affermare che financo le emozioni che questi personaggi dovevano suscitare nel lettore fossero calcolate e previste come ingredienti fondamentali per la loro preparazione.
Tra gli amici c’erano la spalla fidata, la figura da proteggere, l’alleato temporaneo. Tra i nemici c’era di tutto: l’affarista senza scrupoli, l’assassino incallito, il vile ladruncolo. Forti di un sistema precostituito e condiviso, gli sceneggiatori dovevano lavorare semplicemente sulle caratteristiche del personaggio da schierare e sull’evolversi dell’intreccio. Talvolta questo ordine poteva essere specularmente ribaltato: pensiamo a Diabolik. Partendo dal fatto che il protagonista fosse un ladro, veniva naturale invertire i ruoli e fare dei poliziotti i nemici. Tuttavia questo schema saldo e ferreo ha cominciato a vacillare seriamente negli anni Ottanta.
Con l’avvento dell’era noir dei fumetti (o meglio, delle graphic novel), caratterizzata da un pessimismo strisciante che infettò perfino il goliardico mondo dei supereroi, la sfiducia verso il sistema precostituito si insinuò anche nelle storie a fumetti e generò un inevitabile ricalcolo del concetto di realtà in esse dominante. Bene e il Male cominciano a diventare status quo piuttosto deboli e nebulosi.

Le prime avvisaglie di questo cambiamento sono riscontrabili nella novels americane, che possiamo identificare, dalla fine degli anni Ottanta in poi, con la maggior parte delle avventure supereroistiche. E’ molto importante imperniare il discorso della labilità del confine tra Bene e Male sulla figura del supereroe perché, con l’avvento dell’era Marvel, il ruolo del giustiziere mascherato viene caricato di una complessità notevole e arricchito di dubbi (e il dubbio, come ben sappiamo, è il terreno fertile su cui germoglia il Male) che lo portano ad evidenziare una serie di contraddizioni nel proprio essere e nel mondo che protegge. In sintesi, già il paladino del Bene comincia ad apparire scomposto e frammentato e non più troppo convinto di fare sempre la cosa giusta. Gli X-Men si domandano quotidianamente perché proteggere quelle persone che disprezzano i mutanti e generano tanto odio nel quotidiano.
Il contesto, quindi, subisce inevitabilmente ulteriori mutazioni. Fermo restando che i cattivi rimangono i supercriminali (anche se diventano complessi a loro volta, manifestando un lato umano e disperato che, se proprio non ne giustifica le malefatte, almeno ci aiuta a comprendere il loro rancore) perché uccidono senza ritegno e perseguono i propri fini senza calcolare quanto male potrebbero infliggere alla gente attorno a loro, la società in cui eroi e villains sono immersi assume dei toni di grigio abbastanza evidenti.
Se Perry White, editore del Daily Planet, descrive le azioni eroiche di Superman quasi come Omero cantava le imprese di Ulisse nell’Odissea, J. Jonah Jameson, editore del Daily Bugle, appare come uno dei più evidenti casi di figura borderline: un personaggio conscio del proprio potere mediatico che, perseguendo un proprio (discutibile) concetto di giustizia, condanna Spider-Man quotidianamente e lo accusa di ogni sorta di nefandezza, pur essendo stato salvato dall’eroe mascherato più d’una volta. Non lo si può definire né buono né cattivo. E’ un giornalista con delle idee, forse radicale e conservatore, ma non uccide nessuno. Non direttamente, almeno.
Dal Quarto Potere ai primi tre, il salto è breve. Terminata la guerra e accantonata la follia dei regimi totalitari, il cittadino medio comincia a guardarsi attorno e nota che un certo totalitarismo occulto striscia anche nelle cosiddette democrazie illuminate. Gli americani hanno sempre avuto un rapporto di amore-odio con il proprio governo: da un lato sono malati di patriottismo, dall’altro conoscono i mezzi poco ortodossi con cui il Governo e le sue intelligence gestiscono gli affari interni ed esteri e celano verità storiche che forse non saranno mai raccontate.
Questa molla genera un balzo non indifferente nel mutamento della realtà nel mondo dei comics e accade così sovente che il governo, la politica e l’esercito diventino, se non proprio parte del problema, almeno un sostanzioso ostacolo verso la soluzione.
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Nei casi più estremi (Alan Moore e il suo V) diventano esattamente il nemico da combattere. Anche qui, le avvisaglie c’erano già tutte nella Golden Age: pensiamo al senatore Kelly, politico odiatore di mutanti che tormenta l’esistenza degli X-Men, o al generale Ross, ufficiale dell’esercito che tenta di fermare Hulk con ogni mezzo.
Insomma, mentre gli eroi si spingono troppo in là e rischiano di sfociare dall’altra parte (o, come il Punitore, l’hanno già fatto da tempo), i criminali ci spiegano perché sono diventati così folli e crudeli e l’apatica società da proteggere si leva dalle poltrone di spettatore e comincia a partecipare allo scontro epocale tra le due fazioni, ostacolandole, agevolandole o confondendole, la realtà delle graphic novel diventa sempre più simile alla realtà di chi legge e scrive. E il messaggio che filtra appare sempre più ermetico e intimista. Ogni cosa o persona contiene sia luce che ombra e spesso non è sufficiente scegliere da sé quale lasciar prevalere.
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