Il vero volto del Joker
Il suo nome lo conoscono tutti, lettori di fumetti e non. E’ famoso quanto quello del suo arcinemico, Batman e, in buona sostanza, tutti associano a quel nome la stessa figura: un uomo dalla pelle bianca, capelli verdi, labbra rosse e abito viola, con un perenne ghigno stampato in volto.
Nonostante il Joker sia un personaggio dei fumetti ed abbia quindi una sua precisa collocazione iconografica sia visiva che caratteriale e storica, è uno dei personaggi più interpretati, fraintesi e snaturati dell’ultimo secolo.
Oggi, nel 2011, la versione più sdoganata è quella cinematografica portata sul grande schermo dal compianto Heath Ledger. Apparentemente vicina alla realtà fumettistica ma profondamente difforme, per molti, fondamentali aspetti.
Ma chi è esattamente Joker e come è nato, fumettisticamente ed editorialmente?
Tanto per cominciare, va detto che è sì il principale antagonista del Cavaliere Oscuro ma non il primo supercriminale ad avergli messo i bastoni tra le ruote. A piantare grane a Gotham City ci aveva già pensato, due mesi prima di lui, il dottor Hugo Strange, personaggio tutt’ora presente nella continuity della saga del Pipistrello. Quindi Joker è il più famoso ma non il più “anziano” degli antagonisti di Batman. La scalata verso la vetta se l’è guadagnata grazie alla sua originalità.
Creato nel 1940 dall’allievo di Bob Kane, Jerry Robinson e perfezionato successivamente da Bill Finger e da Kane stesso, Joker nasce come un malvagio criminale ispirato al protagonista della novella “L’uomo che ride”, di Victor Hugo, di cui Kane vide una trasposizione cinematografica poco tempo prima. Basta infatti confrontare il Joker della prima ora e l’immagine di Conrad Viedt, attore che vestì i panni di Gwynplaine (protagonista della pellicola sopra citata) per rendersi conto dell’enorme debito che il personaggio ha nei confronti dell’attore.

Lungi dall’essere folle come è oggi, questo primo Joker conteneva già molti dei tratti distintivi che il personaggio ha mantenuto nel corso di questi settant’anni. Il primo e più importante è la mania di assassinare le sue vittime attraverso un gas velenoso (successivamente ribattezzato Smilex) che causa il decesso provocando spasmi incontrollabili di risate e lasciando i cadaveri sfigurati in un orrendo ghigno eterno. Il secondo tratto è la tendenza ad annunciare preventivamente i suoi crimini, sfidando le forze dell’ordine e fornendo tutte le coordinate dei suoi delitti, per assicurarsi un pubblico e una campagna mediatica adeguata. Perché il Joker è innanzitutto un mitomane. Ciò che mostra al suo pubblico è perfettamente architettato e calcolato alla precisione, come un numero di cabaret.
Nel corso dei decenni la sua natura è mutata considerevolmente, anche a causa delle influenze che le trasposizioni mediatiche hanno operato sul pubblico, imponendo un conseguente adeguamento del personaggio originale. Durante gli anni in cui veniva trasmesso il celebre telefilm con Adam West e Burt Ward, ossia dal 1966 al 1968, la vena buffonesca del personaggio prevalse sulla sua sete di sangue, portandolo ad architettare piani assurdi, con scenici macchinari arrecanti la sua effige che promettevano di seminare una distruzione puntualmente evitata dal Dinamico Duo. Per farla breve, non impressionava più nessuno. Nemmeno gli sceneggiatori del telefilm, che scelsero di conferire maggiore rilevanza, tra i villains, al personaggio del Pinguino. Il Joker di Cesar Romero (l’attore celebre per i suoi baffoni, che non tagliò nemmeno per impersonare il clown del crimine, scegliendo di occultarseli malamente col cerone) non capeggia il diabolico quartetto nel film tratto dalla serie, “The Bat-Man” (1966) ma è relegato al ruolo di gregario del Pinguino, con cui Batman alla fine ingaggia il vero duello finale.
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Lo strascico di questo porre l’accento sulla parte giocosa del personaggio si protrarrà sino alla fine degli anni Settanta e il Joker ritroverà la sua innata perfidia solo negli anni Ottanta.
Fatto il punto sulla sua “simpatia”, si decide di svilupparne la parte macabra, di tirare fuori l’assassino, lo psicopatico, il terrorista. E sarà il connubio tra queste due parti a consacrare il definitivo successo del personaggio. E’ questa la chiave di volta, incredibilmente colta più da Tim Burton nel suo “Batman”(1989) che da Nolan in “The dark knight” (2008).
La storia che questo personaggio ha alle spalle è quanto mai confusionaria. In “The killing joke” ci viene raccontata la storia di un comico fallito, con una moglie da mantenere e un bambino che sta per venire al mondo che, pur di trovare l’adeguato sostentamento per la sua famiglia, si immischia in un losco affare con due ladri. Questi ultimi sono le menti dei delitti commessi da Cappuccio Rosso, un criminale che ripulisce fabbriche e stabilimenti con un voluminoso copricapo scarlatto che ne cela le sembianze. In realtà, Cappuccio Rosso è, di volta in volta, un disperato diverso, puntualmente adescato dai due furfanti. Poco prima di indossare a sua volta il cappuccio, il futuro Joker viene a sapere che sua moglie e il bambino che portava in grembo sono deceduti in un incidente. Decide però di tentare ugualmente il colpo, ma a causa dell’intervento di Batman resta vittima di un incidente e finisce in un vascone di acido contenuto all’interno dello stabilimento chimico da cui stava transitando per accedere alla fabbrica da svaligiare (quella delle carte da gioco Monarch). Creduto morto da tutti, il comico riemerge dalle acque con la pelle completamente depigmentata, i capelli verdi, un ghigno folle e la mente completamente sconvolta e destabilizzata. Ammirando il suo nuovo riflesso, scoppia a ridere per la prima volta. Non si fermerà mai più.

Quando pensiamo al Joker, oggi, lo scontro titanico tra la figura del pagliaccio di Nicholson e del terrorista di Ledger è inevitabile e infiamma parecchio gli animi. La maggior parte dei fans sembra propendere per la più recente trasposizione cinematografica, ma personalmente sento di poter affermare di non essere d’accordo.
Posto che entrambi i registi si sono concessi (com’è naturale che sia) delle licenze sul personaggio, va sottolineata innanzitutto la difformità tra i due stili cinematografici che contraddistinguono Burton e Nolan. I loro rispettivi Joker vanno contestualizzati nella Gotham City in cui sono calati e nell’epoca in cui hanno vissuto.
Detto questo, direi che su un punto si può essere d’accordo: il Joker di Ledger non è affatto un buffone. Perfino il suo sorriso sembra buttato lì, giustificato da un paio di brutte cicatrici che non rendono minimamente l’idea del ghigno satanico che Joker sfoggia continuamente e che tanto innervosisce tutti, lettori compresi. Vero è che anche Nicholson era “obbligato” a sorridere dopo il brutto incidente avvenuto nello stabilimento Axis e la pessima ricostruzione facciale, ma le risate, quelle folli e insistenti, erano tutta farina del suo sacco, tutti sintomi del suo disturbo mentale. Il terrorista di “The dark knight” è un uomo folle, seppur geniale, un agente del caos in perenne guerra col mondo. Si trucca il viso come gli indiani sul piede di guerra, è scialbo nell’acconciarsi, coi capelli che gli ricadono malamente attorno al capo e il trucco sbavato che dà sempre l’idea di essere su quel viso da troppo tempo. Un chiaro riferimento al Corvo di Brandon Lee, un’ottima strategia di marketing che ha fuorviato molti e indotto la maggior parte delle persone che credevano di conoscere il Joker a rivederlo in quell’interpretazione.

Celebri sono diventate, ad esempio, la scena del trucco della matita, che sembra aver rimosso dalle menti di molti il gesto simile del Joker di Nicholson, che conficcava una penna d’oca nel gozzo del suo collega mafioso, o la frase “Io non ti ucciderò perché tu mi completi” che pronuncia Joker davanti a Batman, dimenticando che anche il Joker del 1989 non intendeva uccidere Batman alla fine, preferendo lasciarlo appeso al cornicione della cattedrale, dopo la conversazione nel quale gli fa notare che è stato lui – Batman – a crearlo. Azioni simili in contesti diversi. Due geni votati al crimine. Il segreto del secondo Joker è che si muove nell’era del terrorismo e in un mondo più realistico di quello tratteggiato nel capolavoro gotico di Burton.
Ciononostante, nessuno dei due Joker è perfettamente degno di quello cartaceo. Basta leggere alcune storie emblematiche per rendersene conto. Oltre al pluricelebrato “The killing joke”, si prendano d’esempio la storia in prosa intitolata “Il clown di mezzanotte” e “corsa mortale” in cui Joker rapisce il terzo Robin e lo coinvolge in una folle corsa automobilistica in cui investe senza pietà i passanti. Robin riesce a temporeggiare e a salvarsi facendo leva su un aspetto del personaggio che nessuno sembra aver preso in considerazione finora: l’amore per la comicità retrò di mostri sacri come i fratelli Marx. Questa breve storia ci mostra un Joker che, in fondo, è rimasto il cabarettista fallito di “The killing joke”, un folle che crede di essere sempre su un palcoscenico – elegante nella sua buffoneria (n.d.r.) - per chiudere lo show con una gag ed una battuta memorabili, anche se macchiate dell’atroce sofferenza delle sue vittime.
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