Mille e uno modi di fare fumetto: Andrea Pazienza.
In questi miei brevi articoli monografici, solitamente, mi cimento nel raccontare un autore attraverso il suo segno grafico e il suo stile narrativo oltre che, ovviamente, attraverso quelli che sono stati i suoi personaggi più celebri.
Dovendo descrivere una figura singolare e poliedrica come quella di Andrea Pazienza, il problema che si pone è fondamentalmente uno: come presentare un disegnatore ed autore di fumetti attraverso il suo tratto se egli stesso dichiarava: “Per me l’importante è non giocarmi una univocità che mi stancherebbe e che non conterrei a facilità. Posso invece contenere una serie di segni diversi.”?
La soluzione è una sola. Partendo, anziché dalle sue storie, dalla sua storia.
Andrea Pazienza viene considerato da molti uno dei più grandi geni del disegno e del fumetto nostrani mai esistito. Un ragazzo sensibile, improntato verso un anticonformismo quasi travolgente, che si riversava in tutta la sua potenza in qualunque cosa realizzasse, dalle storie a fumetti alle poesie, dai monologhi ai racconti brevi. Talvolta le sue tavole e i dialoghi dei suoi personaggi possono denunciare un’apparente superficialità, non solo nel segno ma anche nei contenuti e nella scelta di ciò che si desidera narrare, ma se si guarda (anche sommariamente) la sua produzione nel complesso, ci si accorge di quanto invece fosse un autore riflessivo, curioso, infaticabile nella sua voglia di colpire i suoi lettori esprimendo semplicemente se stesso. Come tutti i geni, d’altronde.
Non una ricerca scaturita dalla mente, la sua, bensì dall’anima e mediata, in ultima stesura, dalla mente stessa. Un’anima libera, non obbligatoriamente costretta dalla razionalità, che traspare in molte sue opere che risultano, così, non di immediata comprensione.
Premesso ciò, l’analisi che si intende fare delle sue tavole risulta notevolmente agevolata.
Utilizzando come riferimento delle tavole tratte dalla storia “Zanardi. La prima delle tre.”, si possono evidenziare due elementi connotativi della sua gestione grafica di una storia a fumetti. Innanzitutto l’onnipresenza (quasi soffocante) del nero, che divora molti tratti, anche importanti, dei disegni e ne semplifica altri, distanziando visivamente la percezione della vignetta appena scorta dalle altre presenti nella pagina. Si noti la quarta vignetta nella tavola in basso, in cui l’ira del personaggio viene resa anche attraverso una approssimazione dei suoi tratti somatici, divenuti grossolani e contrapposti alla oculatezza con cui vengono invece connotati i visi precedentemente disegnati. Si verifica quasi un calo della componente realistica e uno slancio verso il cartoonismo alla Segar.

Ed è questa peculiarità a definire il secondo elemento connotativo dello stile di Pazienza. Nelle sue storie non di rado ci si trova di fronte ad un cambiamento stilistico tanto repentino quanto temporaneo. Da vignette e inquadrature cariche di segni, si passa a disegni scarni, semplicemente delimitati dalla linea di contorno e composte dalla giustapposizione tra campiture nere e spazi bianchi. Si veda la tavola che segue che, pure, ne è un esempio non completamente efficace.

Ma questi due elementi riscontrabili in questa storia, non si possono definire delle costanti nell’arte di Paz. In effetti, poche sono le costanti nella sua produzione fumettistica, in cui si alternano storie realizzate con una vasta gamma di punte, presentate con una descrizione quasi maniacale di forme e ombreggiature ad altre dai margini delle vignette tremolanti, dall’evidente povertà di differenziazione dei segni ma ciononostante più “espressioniste” e dall’innegabile impatto emotivo, scaturito da un sentimentalismo travolgente che certi momenti delle sue storie trasudano, talvolta violentemente. Nella storia autobiografica “Una estate” è il caso della suggestiva descrizione della morte del tordo, colpito dalla pallottola del fucile del padre e raccolto, ancora vivo, dal figlio adolescente.
Tutta la sua produzione trasuda sentimentalismo, ma non un sentimentalismo aulico, distante, tutt’altro. Una poesia del quotidiano, narrata con un registro gergale ed espressioni volgari, tipiche della gioventù di quei tempi, violentate ancor più dall’uso di abbreviazioni e abomini letterari oggi considerati (giustamente) germi di ignoranza giovanile, quali l’uso, ad esempio, delle K laddove andrebbero delle C ed espressioni offensive e politically uncorrect.
Ma a Pazienza poco interessava delle convenzioni, grafiche o letterarie che fossero. Non era affatto un ignorante, bensì un vero anticonformista, forse uno dei pochi rimasti che, come tutti gli esemplari di una specie in via d’estinzione, ha terminato prematuramente il suo viaggio.
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